Verso una psicoterapia transdiagnostica della sofferenza emotiva
La psicoterapia contemporanea si trova oggi davanti a un passaggio decisivo: non limitarsi più a chiedere “quale disturbo ha questa persona?”, ma comprendere “quali processi psicologici mantengono la sua sofferenza?”. Questa trasformazione non elimina l’utilità della diagnosi, ma ne ridimensiona il ruolo. La diagnosi rimane importante per comunicare tra professionisti, orientare l’assessment, accedere ai servizi, definire criteri di ricerca e pianificare il trattamento. Tuttavia, nella clinica reale, la sofferenza psicologica raramente si presenta in forme ordinate, pure e perfettamente sovrapponibili ai manuali diagnostici. Ansia, depressione, vergogna, rabbia, colpa, panico, evitamento, rimuginio, isolamento e disregolazione emotiva attraversano spesso diagnosi diverse, creando quadri complessi e sovrapposti.
La “terapia delle emozioni difficili” nasce da questa consapevolezza: molte forme di psicopatologia non sono semplicemente malattie separate, ma configurazioni diverse di processi comuni. Tra questi processi, le emozioni occupano un posto centrale. Non sono fenomeni secondari, né semplici sintomi da ridurre. Sono sistemi complessi di risposta che coinvolgono corpo, attenzione, memoria, interpretazione, comportamento e relazioni. La psicoterapia moderna, in particolare quella cognitivo-comportamentale di terza generazione e transdiagnostica, non mira a cancellare le emozioni difficili, ma ad aiutare la persona a comprenderle, tollerarle, regolarle e trasformarle in informazioni utili per l’azione.
La crisi della diagnosi categoriale
I principali sistemi diagnostici, come DSM e ICD, hanno avuto un ruolo fondamentale nel rendere più affidabile il linguaggio della salute mentale. Hanno permesso di costruire criteri condivisi, migliorare la comunicazione clinica e sviluppare protocolli di ricerca più controllati. Tuttavia, la loro struttura categoriale presenta limiti ormai ampiamente discussi. La distinzione netta tra “salute” e “malattia”, tra “normale” e “patologico”, tra un disturbo e l’altro, spesso non corrisponde alla complessità dei fenomeni psicologici osservati nella pratica clinica.
Uno dei problemi più rilevanti è la comorbidità. Molti pazienti non soddisfano i criteri per un solo disturbo, ma per più diagnosi contemporaneamente. Una persona con disturbo di panico può presentare anche depressione, ansia sociale, insonnia, evitamento agorafobico e abuso di sostanze. Una persona con disturbo ossessivo-compulsivo può presentare elevata vergogna, perfezionismo, intolleranza dell’incertezza e sintomi depressivi. Questa sovrapposizione suggerisce che le categorie diagnostiche non siano sempre entità naturali distinte, ma modi convenzionali di organizzare manifestazioni diverse di processi più profondi.
Kendell e Jablensky hanno sottolineato la necessità di distinguere tra validità e utilità delle diagnosi psichiatriche: una diagnosi può essere utile anche quando non identifica una malattia naturale chiaramente separata dalle altre (Kendell & Jablensky, 2003). Hyman ha parlato del rischio di “reificazione” diagnostica, cioè della tendenza a trattare le categorie del DSM come se fossero entità biologiche discrete, quando spesso sono costruzioni cliniche basate su cluster di sintomi (Hyman, 2010). Questo non significa che la sofferenza mentale non sia reale. Al contrario: significa che la realtà della sofferenza è spesso più complessa delle etichette che utilizziamo per descriverla.
Anche la definizione contemporanea di disturbo mentale include una compromissione significativa della cognizione, della regolazione emotiva o del comportamento (American Psychiatric Association, 2022). È interessante notare che la regolazione emotiva compare già nella definizione stessa di disturbo mentale: ciò conferma che le emozioni non sono un accessorio della psicopatologia, ma una sua dimensione costitutiva.
Dalla malattia ai processi: la prospettiva dimensionale
La nuova prospettiva transdiagnostica si inserisce in un più ampio movimento scientifico verso modelli dimensionali della psicopatologia. Invece di concepire i disturbi mentali come categorie chiuse, questi modelli studiano dimensioni continue di funzionamento: affettività negativa, evitamento, disregolazione emotiva, impulsività, compulsività, anedonia, minaccia, arousal, pensiero ripetitivo, difficoltà interpersonali.
Il progetto Research Domain Criteria, promosso dal National Institute of Mental Health, ha proposto di studiare i disturbi mentali attraverso sistemi funzionali trasversali, come i sistemi di valenza negativa, valenza positiva, processi cognitivi, processi sociali e arousal/regolazione (Insel et al., 2010; Cuthbert, 2014). L’obiettivo non è sostituire immediatamente il DSM o l’ICD nella clinica quotidiana, ma promuovere una ricerca capace di collegare comportamento, esperienza soggettiva, circuiti neurali, genetica, fisiologia e ambiente.
In modo complementare, il modello HiTOP propone una tassonomia gerarchica e dimensionale della psicopatologia, organizzando i sintomi secondo dimensioni empiricamente osservate, come internalizzazione, esternalizzazione, disturbi del pensiero e distacco (Kotov et al., 2017). Questa prospettiva è particolarmente rilevante per la psicoterapia, perché permette di vedere ciò che le diagnosi tradizionali spesso separano: ansia e depressione, ad esempio, condividono frequentemente vulnerabilità comuni, come elevata affettività negativa, evitamento esperienziale, rimuginio, bassa flessibilità psicologica e difficoltà nella regolazione delle emozioni.
Le emozioni difficili come centro della psicopatologia
Paura, rabbia, tristezza, colpa, vergogna, disgusto e ansia non sono di per sé patologiche. Sono risposte adattive, selezionate per aumentare la probabilità di sopravvivenza, appartenenza, protezione e apprendimento. La paura segnala una minaccia; la rabbia una violazione di confini o diritti; la tristezza una perdita; la colpa una possibile trasgressione morale o relazionale; la vergogna una minaccia all’immagine di sé e al legame sociale. Il problema clinico non nasce dall’esistenza di queste emozioni, ma dal modo in cui la persona le interpreta, le evita, le amplifica o ne rimane intrappolata.
La ricerca sulla regolazione emotiva ha mostrato che strategie come evitamento, soppressione, ruminazione e controllo rigido sono associate a diversi quadri psicopatologici, mentre strategie come accettazione, rivalutazione cognitiva, problem solving e consapevolezza emotiva risultano generalmente più adattive (Aldao et al., 2010; Gross, 2015). Questo dato è profondamente transdiagnostico: non riguarda un singolo disturbo, ma molti modi diversi in cui la sofferenza psicologica si organizza.
In questa prospettiva, la psicoterapia non insegna alla persona a “non provare” ansia, rabbia o tristezza. Insegna piuttosto a cambiare relazione con queste esperienze. Una persona con panico deve imparare a non interpretare automaticamente le sensazioni corporee come catastrofi imminenti. Una persona con ansia sociale deve imparare a tollerare il disagio dell’esposizione e a ridurre i comportamenti di sicurezza. Una persona depressa deve ritrovare contatto con rinforzi, valori e azioni significative anche quando la motivazione è bassa. Una persona dominata dalla vergogna deve imparare a guardare sé stessa con minore minaccia e maggiore compassione.
Neuroscienze ed emozioni: oltre il vecchio modello “un’emozione, un centro cerebrale”
Le neuroscienze hanno profondamente modificato il modo di intendere le emozioni. I modelli più semplici, secondo cui ogni emozione corrisponderebbe a un singolo centro cerebrale, sono oggi considerati insufficienti. Le emozioni emergono da reti distribuite che integrano percezione, memoria, interocezione, valutazione del significato, previsione, sistemi motivazionali e risposte corporee.
LeDoux ha evidenziato l’importanza dei circuiti di sopravvivenza, distinguendo tra sistemi neurali che rilevano e rispondono alle minacce e l’esperienza cosciente della paura (LeDoux, 2012). Questa distinzione è clinicamente importante: molte persone non soffrono solo perché “hanno paura”, ma perché attribuiscono significati catastrofici alle proprie risposte corporee, giudicano le emozioni come pericolose o intollerabili e costruiscono comportamenti di evitamento che mantengono il problema.
Barrett ha proposto una teoria costruzionista delle emozioni, secondo cui il cervello non si limita a “reagire” agli stimoli, ma costruisce attivamente l’esperienza emotiva sulla base di previsioni, concetti emotivi, segnali corporei e contesto (Barrett, 2017). In termini clinici, ciò suggerisce che modificare il linguaggio emotivo, la consapevolezza interocettiva, le interpretazioni e le azioni può cambiare anche il modo in cui l’esperienza emotiva viene organizzata.
Damasio ha contribuito a mostrare che emozione, corpo e decisione sono inseparabili: i segnali corporei non sono rumore da eliminare, ma componenti fondamentali dei processi decisionali e dell’adattamento (Damasio, 1994). La psicoterapia, quindi, non può limitarsi al pensiero verbale. Deve includere il corpo, l’attenzione, le sensazioni, la postura, il respiro, l’attivazione fisiologica e il modo in cui la persona attribuisce significato a ciò che sente.
Il modello transdiagnostico e l’Unified Protocol
Tra gli sviluppi più rilevanti della psicoterapia transdiagnostica vi è l’Unified Protocol for Transdiagnostic Treatment of Emotional Disorders, sviluppato da Barlow e collaboratori. L’Unified Protocol si fonda sull’idea che ansia, depressione e disturbi emotivi condividano meccanismi comuni: elevata affettività negativa, reazioni avversive alle emozioni, evitamento emotivo, interpretazioni disfunzionali delle esperienze interne e comportamenti che impediscono l’apprendimento correttivo (Barlow et al., 2017).
Il trattamento transdiagnostico non lavora solo sui sintomi, ma sui processi che li alimentano. Tra questi vi sono la consapevolezza emotiva, la flessibilità cognitiva, la riduzione dell’evitamento, l’esposizione alle emozioni, la tolleranza del disagio, la modificazione dei comportamenti guidati dall’emozione e il recupero di azioni coerenti con i valori personali. Gli studi sull’Unified Protocol hanno mostrato risultati promettenti e, in alcuni casi, comparabili ai protocolli specifici per singoli disturbi d’ansia, con il vantaggio di poter utilizzare un unico modello per condizioni cliniche diverse (Farchione et al., 2012; Barlow et al., 2017).
Questa prospettiva è particolarmente utile nella clinica reale, dove il paziente raramente arriva con un problema “puro”. La domanda non diventa più soltanto: “È ansia generalizzata, panico, depressione o DOC?”. Diventa: “Quali emozioni sono percepite come intollerabili? Quali strategie usa la persona per non sentirle? Quali costi producono queste strategie? Quali apprendimenti nuovi devono essere costruiti?”.
La terapia delle emozioni difficili
La terapia delle emozioni difficili può essere definita come un approccio scientificamente orientato che aiuta la persona a comprendere, regolare e attraversare le emozioni che tende a temere, evitare o subire passivamente. Non si tratta di una terapia della “calma” intesa come assenza di attivazione. Si tratta di una terapia della flessibilità emotiva.
Il primo obiettivo è riconoscere le emozioni. Molti pazienti arrivano in terapia con una conoscenza molto povera del proprio mondo interno. Dicono “sto male”, “sono in ansia”, “mi sento bloccato”, ma faticano a distinguere paura, vergogna, rabbia, tristezza, senso di colpa o disgusto. Dare un nome alle emozioni non è un esercizio linguistico superficiale: significa aumentare la precisione con cui la persona legge la propria esperienza. Una maggiore granularità emotiva può favorire strategie di regolazione più efficaci, perché non si può regolare in modo adeguato ciò che non si riesce a discriminare.
Il secondo obiettivo è comprendere la funzione dell’emozione. Ogni emozione contiene un messaggio, anche quando è intensa o dolorosa. La paura può segnalare il bisogno di protezione; la rabbia il bisogno di confini; la tristezza il bisogno di elaborare una perdita; la vergogna il bisogno di appartenenza e sicurezza relazionale. La terapia aiuta a distinguere tra emozione come segnale e comportamento automatico guidato dall’emozione. Provare rabbia non obbliga ad aggredire; provare paura non obbliga a fuggire; provare vergogna non obbliga a nascondersi.
Il terzo obiettivo è ridurre l’evitamento esperienziale. Molti sintomi persistono perché la persona organizza la vita attorno al tentativo di non sentire. Evita luoghi, persone, conversazioni, decisioni, ricordi, sensazioni corporee. Nel breve termine l’evitamento riduce il disagio; nel lungo termine restringe la vita e conferma l’idea che l’emozione sia pericolosa. L’esposizione emotiva, nelle sue diverse forme, permette di apprendere che l’emozione può essere tollerata, che cresce e decresce, che non coincide con la perdita di controllo e che non deve necessariamente guidare il comportamento.
Il quarto obiettivo è sviluppare flessibilità cognitiva. Le emozioni difficili sono spesso accompagnate da interpretazioni rigide: “se provo ansia significa che sto per crollare”, “se mi arrabbio sono una persona cattiva”, “se gli altri vedono la mia tristezza mi rifiuteranno”, “se provo vergogna significa che valgo poco”. La terapia aiuta a osservare questi pensieri come ipotesi, non come verità assolute. La ristrutturazione cognitiva, la defusione, la prospettiva metacognitiva e la consapevolezza permettono di creare spazio tra esperienza interna e azione.
Il quinto obiettivo è costruire azioni nuove. Una psicoterapia centrata sulle emozioni non si conclude nell’introspezione. Le emozioni cambiano quando cambiano anche i comportamenti, i contesti e le relazioni. Per questo la terapia lavora su esposizione, attivazione comportamentale, assertività, comunicazione emotiva, scelta di obiettivi coerenti con i valori, prevenzione delle ricadute e costruzione di abitudini più sane.
Oltre la dicotomia salute-malattia
Parlare di crisi delle diagnosi non significa negare la sofferenza mentale, né ridurre i disturbi psicologici a semplici difficoltà quotidiane. Significa riconoscere che il confine tra salute e malattia, in psicologia clinica, è spesso dimensionale, contestuale e funzionale. Una certa quota di ansia può essere adattiva; diventa clinicamente rilevante quando è persistente, sproporzionata, invalidante e mantenuta da evitamento. La tristezza è parte della vita; diventa depressione quando si accompagna a perdita di funzionamento, disperanza, anedonia, ritiro e compromissione significativa. La rabbia protegge i confini; diventa problema quando produce aggressività, colpa, rottura dei legami o perdita di controllo.
Questa prospettiva consente una visione più umana e meno stigmatizzante della sofferenza psicologica. Il paziente non è “un depresso”, “un ansioso”, “un borderline”, “un ossessivo”. È una persona che, in un certo momento della propria storia, ha sviluppato pattern emotivi, cognitivi, corporei e comportamentali che avevano forse una funzione, ma che oggi producono sofferenza e limitazione. La terapia non cancella la diagnosi, ma la inserisce dentro una formulazione del caso più ampia, dinamica e personalizzata.
La terapia delle emozioni difficili rappresenta una delle direzioni più promettenti della psicoterapia contemporanea. Essa integra la tradizione clinica con le neuroscienze, la ricerca sui processi transdiagnostici, i modelli dimensionali della psicopatologia e le evidenze sulla regolazione emotiva. Il suo messaggio centrale è semplice ma radicale: non soffriamo solo per le emozioni che proviamo, ma per il modo in cui impariamo a temerle, evitarle, giudicarle o combatterle.
Una psicoterapia moderna non insegna a diventare invulnerabili. Insegna a diventare più consapevoli, flessibili e capaci di restare in contatto con ciò che accade dentro di noi senza esserne dominati. Le emozioni difficili non sono nemiche da eliminare. Sono segnali complessi, spesso dolorosi, ma profondamente umani. Quando vengono comprese e attraversate, possono diventare non solo il luogo della sofferenza, ma anche il punto di partenza del cambiamento.
Bibliografia
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